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Vero - Una settimana con il social media “anti Facebook e Instagram”
13
Marzo

Vero - Una settimana con il social media “anti Facebook e Instagram”

Il sito di Vero, il “True social network”, come gli piace autodefinirsi, apre con un vanitoso “abbiamo sorpassato un milione di utenti registrati”, nascondendo un inchino di scuse accompagnato da un viso pallido dalle guance rosse.

EDIT: la prima frase autoreferenziale sui grandi numeri ottenuti è stata tolta, forse hanno capito che non è esattamente il momento giusto per vantarsi, visto la rivolta che stanno subendo dai propri utenti.

Pallido per delle accuse non proprio da stampare a caratteri cubitali sul portfolio dell’azienda, guance rosse perché il comunicato roboante condito di grandi numeri nasconde in realtà un lancio non proprio brillante dove spesso e volentieri i suoi utenti hanno ammirato la splash screen di avvio e nient’altro. Difficoltà tecniche dovute al sovraccarico dei server che non hanno permesso ai tanti curiosi di provare la nuova applicazione e piuttosto di lasciarla abbandonata nel drawer del proprio smartphone tra altre decine di app inutilizzate.

I primi giorni di Vero

Riavvolgiamo il nastro, torniamo indietro di una settimana e capiamo insieme con ordine che cosa sia Vero.

Un nome che è anche il suo manifesto, il suo slogan che riprende con il sottotitolo “True social”, una scelta pescata direttamente dal dizionario nostrano come grido e cavallo di battaglia da sventolare alla faccia di Zuckerberg e compagnia.

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Il manifesto di Vero esalta le caratteristiche pensate per renderlo unico: citando le parole della compagnia, l’obiettivo è di trasportare le reti sociali già esistenti offline e di renderle disponibili online. Viene data la possibilità di decidere “chi vede cosa”, se un amico stretto, un conoscente o un follower (il che, già di per se, non è un’idea proprio nuova nuova. Le cerchie di Google Plus?). La lotta anti Facebook (divertente, visto che usano proprio il social media blu per sponsorizzarsi) e Instagram nasce dalla sempre più insistente implementazione di algoritmi che rendono più complesso risultare visibili con i propri contenuti, se non sborsando denaro sonante.

Per questa ragione, il business model di Vero si baserà sulla sottoscrizione di un abbonamento annuale che consentirà all’azienda di non utilizzare pubblicità e mezzi “furbetti” per alterare la visibilità delle pubblicazioni. Vero Labs inc. promette che ogni utente verrà trattato allo stesso modo, senza creare differenziazioni con “premium feature”, le medesime funzioni saranno disponibili per tutti.

In occasione della pubblicazione dell’app, il primo milione di utenti avranno accesso all’abbonamento annuale a vita. Non è dato sapere quando verrà dato il via alla sottoscrizione e il suo prezzo.

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I dubbi di tale operazione sono tanti, perché da un lato i “fortunati” primi arrivati non vedono nulla di speciale nello scaricare un’applicazione gratuitamente - è la norma ed è quello che si aspettano gli utenti mobile, ancora di più se si tratta di social media -. La recente “vendetta degli scrocconi” che si lamentano di Spotify a pagamento dice niente? Dall’altro, la reazione negativa dei nuovi utenti alla scoperta che dovranno aprire il portafoglio per pagare ciò che hanno sempre avuto a costo zero, probabilmente farà cambiare idea al “True social network”.

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Per un’applicazione che ha come fondamenta la base utenti, creare un muro, un ostacolo non da poco conto come l’obbligo di sborsare denaro è l’ultima delle buone idee. Da una ricerca di Sourcebits infatti, il 23% degli utenti iPhone ha fatto acquisti su App Store contro il 17% degli utenti Android su Google Play. Un trend che favorisce enormemente le applicazioni gratuite, o freemium con acquisti in-app, adv o premium feature.

Andando nello specifico, per quanto riguarda i social media, la percentuale di guadagno generata dall’App Store è dell’88% per le app fremium (app gratuite con acquisti in-app), il 5% per le applicazioni a pagamento e il 7% per quelle a pagamento con acquisti in-app.  

Una settimana con il Vero social network

Appena pubblicato, Vero è stato “il prodotto del momento”, qualcosa di cui sparlottare e vantarsi con gli amici perché noi, proprio noi siamo stati i “#OnVeroFirst”, uno di quei momenti cool della vita digital che ti fa pensare “Wow, sono il primo a provare qualcosa di nuovo di cui parlano tutti”, quasi da racconto mitico da divulgare ai posteri come neanche un avvenimento memorabile che ha cambiato il corso della storia. Sette giorni dopo, a giudicare dalle critiche online e dalle recensioni su Google Play, sembra che fosse tutto un sogno.

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Chi vi scrive, da buon social media manager, attirato dagli inviti di instagrammers e influencer di ogni tipo pronti a sventolare il fatidico “seguitemi, sono anche su Vero!” ha voluto provare l’ebrezza di prendere parte “ad un vero social network”.

Settimana scorsa, la situazione era l’esatto inverso di quella attuale, con commenti entusiasti e truppe marcianti pronte a seguire la bandiera di Vero Labs inc. volenterosi a combattere per abbattere il nemico Facebook.

Incuriosito, e con l’interesse di scoprire le opportunità offerte dal nuovo media, mi sono unito al gruppo dei nuovi arrivati. È evidente come Vero voglia “fare il diverso”, fin dall’aspetto estetico. Siamo ormai abituati ai template minimal e dallo sfondo bianco di Instagram, Facebook e Twitter, mentre Vero colpisce con un look dark che mette in risalto le gradiazioni di ciano scelte come colore del brand.

Una volta registrati e aver fatto l’accesso, ci troviamo davanti ad un mix tra un magazine, un e-commerce e un falso Twitter con una serie di vip da seguire.

Nella parte alta trovano posto degli spazi riservati a degli articoli dedicati ad artisti, case discografiche o eventi particolari come l’ultimo pubblicato dedicato alla festa della donna. I relativi personaggi coinvolti arricchiscono tali posizionamenti con foto e altri contenuti multimediali pubblicati con il loro profilo il quale siamo invitati a seguire.

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Vero nasconde anche un lato e-commerce, brand come Oliver Spender, artisti o fotografi infatti possono vendere i loro prodotti tramite una vetrina personale arricchita da lunghe descrizioni su quanto è in vendita. Il che, seppur questo sia quanto più “innovativo” e diverso che vero abbia rispetto ai suoi concorrenti, stona con quanto dichiarato a riguardo del “le persone sono al centro di tutto” e “guerra agli adv sui social media”, il che è esattamente ciò che è lo spazio dedicato alla vendita di prodotti.

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Il problema che sorge fin da subito è “ora che mi sono iscritto, cosa faccio?”, infatti Vero ha la capacità di far sentire spaesato l’utente e non dargli una chiara indicazione sul cosa può fare e soprattutto come visualizzare contenuti.

Non è presente una “bacheca generica” dove visualizzare i contenuti pubblicati dagli utenti, alla Instagram, per capirci, ma piuttosto una “sezione notizie” come per Facebook, dove gli aggiornamenti sono correlati agli amici aggiunti. Almeno inizialmente, per “avere qualcosa da vedere” e dare un senso alla piattaforma ci pensavano gli hashtag, dove quelli in tendenza venivano messi in evidenza nella homepage. Il passato è voluto, visto che ora non occupa più tale posizione, chissà perché.

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Gli hashtag visualizzati erano sempre gli stessi: #netflix, #onverofirst, #cosplay. Peccato che, poi, effettivamente la correlazione con i contenuti era (e rimane) inesistente. #netflix rimanda a foto di bellocci al mare mentre #cosplay a ragazze pensanti in una lavanderia a gettoni o abbondanti piatti di pollo e patatine. La loro utilità nel raggruppare contenuti di interesse per la community viene completamente svanita, a favore di un loro sfruttamento per risultare tra i contenuti popolari.

I post su Vero

Esaurita l’esplorazione dei contenuti pubblicati dagli altri, è il momento di metterci in gioco e fare noi stessi parti della “true community”. Qui Vero aggiunge al calderone un mix tra i vari social esistenti, risultando però in un media ben più visivo che testuale, più vicino a Instagram, ma con una particolare enfasi sui nostri hobby e su ciò che stiamo leggendo/ascoltando/guardando.

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È possibile condividere con la community, per esempio, una canzone che stiamo ascoltando in quel momento, consigliarla oppure sconsigliarla. Lo stesso vale per i film e i programmi TV o i libri, sono disponibili immensi database presi da iTunes, themoviedb.org e iBooks. Ogni canzone/libro/film ha una scheda completa su attori, genere e data di pubblicazione che arricchiscono il post, dove il nostro commento compare visivamente come se fosse una citazione.

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Ciò è probabilmente la vera chicca di Vero, anche se questo si può fare altrove, qui i completi database e la presentazione estetica li rendono più piacevoli da consultare e riescono nello spingere l’utente a fare tali pubblicazioni.

Possiamo caricare fotografie - con un risultato molto vicino a Instagram, anche per la possibilità di fare una scelta multipla per creare una carosello - inserire link o indicare una posizione geografica per specificare dove siamo, se in passato siamo stati lì, se vogliamo andarci, se consigliarlo o meno.

Proprio a sottolineare come Vero sia più un social media “visivo” che testuale, non è possibile pubblicare semplicemente post descrittivi.

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Per il social media anti social media non è stato un lancio senza intoppi, anche chi lo ha provato all’interno di e.20 ha passato più tempo a cercare di loggarsi che a provare l’applicazione. iOS o Android, la situazione era la medesima: tra caricamenti infiniti, tentativi di autenticazione falliti e logout forzati. Se dapprima l’azienda voleva creare la sua banda marciante anti-Facebook, si è ritrovata i suoi stessi utenti addosso con tanto di campagna #DeleteVero quando loro stessi hanno scoperto l’impossibilità di cancellare gli accout, il tutto aggravato dal CEO di Vero Labs Inc. a causa del suo coinvolgimento con l’azienda di famiglia Saudi Oger e i migliaia di lavoratori licenziati senza essere pagati.

Se pensate che una settimana sia poca per ribaltare completamente una situazione: con Vero abbiamo assistito alla nascita di un gigante da 3 milioni di utenti e alla sua caduta, in sette giorni.